la casa virtuale di frankkie, gattara romana con la passione per i libri
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Nome: francesca
information architect? concept designer? le definizioni cambiano velocemente e anche io... rimangono immutati la passione per i libri, l'ottimismo e la voglia di viaggiare.
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concerti e letture - estate 2009 /3
caparezza a rock in roma + l'arte di conoscere se stessi di arthur schopenhauer
caparezza a rock in roma é un tuffo nel passato.
un tuffo nel 2006, quando per la prima volta sono stata a un suo conceerto e ho deciso che lo avrei sposato (davvero, cosí su due piedi vedendolo sul palco saltare come un grillo).
quella sera di 3 anni fa saltai anche io, dall'inizio alla fine, senza sosta.
quest'anno no, ma non perche me ne manchi la voglia, é che le condizioni non sono piú le stesse e forse anche per questo che il concerto mi é sembrato un po' piú spento del solito. diciamo anche che da quel primo concerto non ne ho piú saltato uno, quindi ne avró visti almeno 4 o 5 in 3 anni (al chiuso e all'aperto, da villa ada all'alpheus, passando per le piazze delle notti bianche e di san giovanni) e forse sono troppi... forse mi sono abituata alle scenette sul palco, che la prima volta mi hanno entusiasmato.
forse perché l'ultimo album mi é piaciuto meno degli altri. ma sono considerazioni tutte mie.
di obiettivo c'é che un concerto di caparezza é sempre un'esperienza divertente, allegra e coinvolgente, perché sul palco tutti quanti contribuiscono a rendere l'atmosfera scatenata e lui (il MIO michele) non si risparmia un minuto.
infine i concerti di caparezza sono belli per la congerie di gente che li frequenta, trentenni con bambini piccoli che cantano insieme tutte le canzoni, quindicenni scatenati, ventenni che riflettono sui testi, donne incinte e neonati. ai concerti di caparezza c'é di tutto, ma entro i 40 anni.
chi vivrá vedrá se questo funambolo delle parole e della musica saprá accompagnarci fino al nuovo decennio o se ascolteremo con rimpianto fra qualche anno i "vecchi ciddí".
l'arte di conoscere se stessi di arthur schopenhauer, un libretto di massime che erano state scritte per essere private e forse private avrebbero dovuto rimanere. cosa ci dicono queste pagine del filosofo del pessimismo? ci dicono della sua misoginia e della sua misantropia, del suo sentimento di superioritá nei confronti degli altri, delle loro parole e dei loro affari.
ci offrono il ritratto di un uomo che decide di restare solo, assolutamente solo, per dedicarsi in modo completo, esclusivo e totale al compito cui si sente chiamato, la filosofia.
ringrazia la sua rendita che gli permette l'isolamento, giustifica la sua difficoltá a vivere con una donna, critica quanti trascorrono la propria vita immersi nel mondo (cioé nelle mondanitá).
una curiosita finale. gli originali del libretto (piuttosto una raccolta di appunti privati) furono bruciati dall'esecutore testamentario che peró, prima di distruggerli, li utilizzó per scrivere una biografia del filosofo. cosí solo con tempo e pazienza si é riusciti a estrapolare da quel testo i passaggi autografi di schopenhauer.
l'ordine peró era perso per sempre, cosí gli appunti sono stati ordinati in modo arbitrario per "argomento"... un po' come é stato fatto per il corano, i cui versetti sono ordinati per lunghezza.
concerti e letture - estate 2009 /2
franz ferdinand + killers a rock in roma e con le peggiori intenzioni di alessandro piperno
cominciamo subito con il dire che i franz ferdinand mi hanno entusiasmato piú dei killers.
il loro rock&roll é sinceramente allegro e spensierato, senza troppe pretese che non siano far muovere i piedi alla gente.
e in questo riescono benissimo, che é impossibile stare fermi sentendoli suonare (e poi dal vivo fanno davvero un effetto strepitoso, sono bravi, atletici, coreografici)
i franz ferdinand, poi, li avevo giá ascoltati, semi-sconosciuto gruppo spalla dei depeche mode al concerto romano del 2006, e da allora qualche loro pezzo é nella mia compilation "da bicicletta", proprio per la verve e l'energia che trasmettono (cosa c'é di meglio per affrontare la salita di via dei serprenti in contromano?).
dei killers invece conoscevo solo le canzoni piú passate alla radio, quindi non moltissimo. lo spettacolo sul palco peró é stato davvero bello e a me piace da morire quando alla musica (magari non la piú esaltante del mondo, lo ammetto) si accompagna una scenografia che abbaglia e soddisfa anche la vista.
ben vengano quindi le lucette e i fuochi d'artificio!
i killers peró non sono diventati la mia band preferita dell'estate.
alessandro piperno, nato a roma nel 1972, un anno prima di me, scrive della vita di quei ragazzi che quando io avevo 13-18 anni chiamavo i pariolini.
io, nata e cresciuta a torpignattara (e che in borgata ci sta bene come non mai, tanto che ci é tornata a viere di recente) mi ricordo le storie narrate di questi figli di papá che tanto ci facevamo sognare e sghignazzare. vestiti superfirmati, feste di gran lusso, scuole esclusive. un mondo dorato della roma anni '80-'90, che noi guardavamo da lontano e che ci spingevamo a spiare il sabato pomeriggio riversandoci in massa a via del corso.
le parioline e i pariolini, tanto diversi da noi, passavano snob con buste di negozi dai nomi quasi esotici per noi figli della periferia.
per questo il libro mi ha fatto cosí tanta impressione, perché io mi ricordo i pensieri e le storie di allora e il libro ti costringe quasi a tornare indietro a fare i conti con quei ricordi.
chi di noi non é caduto cosí in basso come daniel sonnino?
chi di noi non ha buttato tutto all'aria per un qualcuno o qualcosa che a 16 anni ci sembrava l'assoluto?
e sullo sfondo l'epopea mitologica dei sonnino, il nonno afflitto da manie di grandezza (che forse somiglia un po' troppo a barney panofsky...), il padre succube del fascino della ricchezza e del potere, lo zio fondamentalista israeliano.
una storia di uomini, in cui le donne sono solo pretesti e rimangono sullo sfondo. anche la fondamentale gaia, in realtá, non é che un ritratto un po' sfocato, della quale non si conosce mai il soggetto reale.
la scrittura poi di alessandro piperno é pulita, precisa, perfetta, senza peró essere troppo leziosa o aulica (e mi dispiace che alcuni commentatori su internet si lamentino della presenza di parole come ecfrasis e apotropaico, io, ne ho invece goduto). che bello trovare qua e lá nel testo quegli aggettivi precisi, un po' insoliti, magari, ma perfetti nella frase.
fa piacere leggere un libro cosí finito. fa piacere perché, dopo tante traduzioni, dopo tanti testi banali, finalmente la mente gode del piacere della bella letteratura.
concerti e letture - estate 2009 /1
patti smith a villa ada e a long way down di nick hornby
patti smith, concerto di inizio luglio.
certo il 6 luglio é tardi per dare inizio alla MIA estate romana, ma viste le vicissitudini degli ultimi mesi forse é giá un miracolo essere riusciti a mettere insieme almeno 4 o 5 concerti.
si arriva presto a villa ada quest'anno, perché c'é bisogno di trovare il parcheggio per la macchina (che nostalgia il ricordo dei concerti dell'anno scorso, quando ci arrivavo in bicicletta e parcheggiavo a fianco del palco... o la libertá del motorino che puoi lasciare quasi ovunque...). comunque si fa buon viso a cattivo gioco e arrivare presto a villa ada significa anche cenare a base di kebab e patatine fritte.
ci sono le sedie pronte (ipotesi neanche presa in considerazione) e noi ci sediamo.
sul palco un pianoforte a coda, suonato dalla figlia jesse smith, sul palco con il chitarrista lenny kaye.
arriva il pubblico, ci si siede, ci si sistema (e qui devo dire che mi sono alquanto innervosita... insomma, se a un concerto ci sono le sedie, si presuppone che si possa stare seduti, questo comporta che quelli che arrivano tardi non possono, o meglio non dovrebbero, mettersi IN PIEDI davanti a quelli con le sedie... e che cazzo! alla fine peró la musica vince e anche quelli seduti si alzano, e io mi domando, ma a che servono le sedie a villa ada?).
la voce di patti smith arriva, limpida e chiara da anni passati, e fa sempre un bell'effetto. é coinvolgente, allegra e allo stesso tempo impegnata.
dedica wing all'amico roberto (saviano) e la pelle si accappona, dichiara il suo amore a roma ricordando altri due poeti che, come lei, l'hanno amata molto (keats e shelley).
patti canta people have the power, canta e tutti cantano insieme a lei sotto il palco, ma a me, sconsolata, viene da pensare che "people had the power" e se lo sono lasciato sfuggire e ora ci teniamo quello che resta.
divertente e saggio allo stesso tempo, come la musica di patti smith é anche il libro di nick hornby a long way down, letto in inglese, frutto di uno scambio internazionale (gli aspiranti suicidi di hornby contro mille anni che sto qui di mariolina venezia).
innanzitutto partiamo a parlare del fatto che il libro si legge benissimo anche in inglese, nonostante lo slang londinese (il cockney, se non sbaglio) dei cui termini sono infarciti i diari (quasi dei blog) dei protagonisti. la maggior parte dei termini che vi risultano oscuri non compaiono neanche nel dizionario oxford, per cui io li ho allegramente relegati tra quelli "non fondamentali per il plot".
il romanzo regala una visione multipla della stessa storia, quattro punti di vista personali, come quattro macchine da presa puntate sulla stessa strada da angolazioni diverse.
martin sharp, egocentrico presentatore tv e seduttore di ragazzine.
maureen, madre ancora giovane, ma rassegnata e spenta, di un figlio malato.
jess, egoista ragazza in rotta con la famiglia e con il resto del mondo.
jj, musicista, senza piu una band e senza ragazza, americano a londra senza prospettive, consegna pizze a domicilio.
tutti e quattro si ritrovano la notte di capodanno sul tetto di un grattacielo londinese (famoso pare per essere preferito dagli aspiranti suicidi) con l'intenzione di farla finita.
decideranno invece di darsi una nuova possibilitá e si avvieranno insieme verso la strada che li fará diventare cosí diversi dalle persone senza speranza che erano stati su quel tetto a capodanno.
una storia non su come farla finita dunque, ma su come tirare avanti. per questo alla fine diventa tutto, anche il libro, in un certo senso, meno divertente e molto piú noioso, perché é come la vita. l'emozione é riservata a pochi momenti (stare su un grattacielo con i piedi che penzolano fuori dal cornicione). tutto il resto é noia (ma anche no).
quanto mi manca la mia bici... quando finirà l'astinenza?
Olive Comprese, di Andrea Vitali, é un lungo racconto di piccoli o piccolissimi eventi.
uno dopo l'altro, al ritmo di una pagina o due, raramente di piú, si arriva a pagina 443 senza accorgersene, in due giorni appena.
di entusiasmante c'é il modo di finire e iniziare i capitoli, con le frasi che si ripetono, ma in contesti diversi (il che mi fa pensare alla perfezione di certi montaggi cinematografici).
la storia poi, che inizia nel '36 per finire d'un balzo nel 49, é la storia di un paese di provincia, in cui il podestá, il direttore delle regie poste e il maresciallo dei carabinieri vivono senza dar troppo peso a quello che avviene intanto in italia.
un inno al disimpegno, forse, nessuna connotazione politica se non qualche ironico accenno (al voi, alle visite ufficiaali, alle ricorrenze di piazza), ma che potrebbe essere il vero modo in cui certi anni sono passati nella provincia dell'Impero. un po' come stanno passando questi di anni, forse.
in ultimo vitali, nei ringraziamenti cita i sulutumana. e io mi sono ricordata che a roma, proprio nei prossimi giorni ci sará un'occasione imperdibile di ascoltare tutti e due, l'affabulatore-medico vitali e i sulutumana.
martedí 9 giugno al festival delle letterature a massenzio. beato chi ci andrá (io saró oltre manica a riposarmi al fresco).
Elias Canetti, Voci di Marrakech
é arrivato il bel tempo, vero? io sto in casa in questi giorni e forse me ne accorgo poco, ma dalla finestra mi sembra di sí. e poi sento i bambini che giocano e corrono e questo, fino all'altro giorno, non accadeva, sarebbe davvero un bel periodo per andarsene un po' in vacanza, potendo.
l'anno scorso di questi giorni preparavo il mio solito fedelissimo zaino 70 Lt per andarmene 10 giorni in marocco, tra deserti di sabbia e di roccia, polvere, dune e datteri, bambini bellissimi e cammelli puzzolenti.
l'anno scorso ho portato con me in viaggio libri di scrittori marocchini e una guida/racconto che ho amato molto.
quest'anno invece, leggo di nuovo di marrakech, ma senza la prospettiva di partire.
marrakech é stata l'ultima tappa del nostro viaggio. e devo dire che tutto ha complottato affinché fosse anche la piú deludente: l'albergone 4 stelle in periferia, con il peggior cibo mai mangiato in marocco, la nuova guida (dopo che i nostri amatissimi mohammed 1 e 2 ci avevano lasciati per riprendere con un nuovo viaggio in jeep) che ne sapeva meno di noi e non ha fatto altro che cercare di farci comprare tappeti cinesi nelle botteghe dei suoi compari (insomma, se devi prendere una sonora fregatura in marocco tanto vale che ti cimenti da solo, almeno ti diverti di piú).
peró leggendo il librettino (125 pagine) di Elias Canetti mi sono dimenticata di tutte le cose che andarono storte a marrakech e l'unica cosa che mi tornava in mente era la gente, le strade, le botteghe, gli odori, i bambini, i mercati.
marrakech é una cittá mercato, anzi, é la cittá mercato per antonomasia.
alla fine di un deserto assassino marrakech é un giardino di rose e palme, e la gente sembra sempre riconoscente di esservi arrivata, nata, cresciuta e di viverci.
canetti scrive pagine bellissime, che faranno sognare soprattutto chi a marrakech c'é giá stato, immergendolo di nuovo nelle stesse strade, negli stessi suk, sotto lo stesso sole sempre a picco.
“In una societá che tiene nascosto cosí tanto di sé, che agli stranieri cela gelosamente l'interno delle sue case, la figura e il volto delle sue donne e perfino i suoi templi, questa intensa ostentazione del produrre e del vendere é doppiamente affascinante [...] Per il compratore é una questione d'onore non lasciarsi imbrogliare, anche se l'impresa non é facile, perché egli brancola sempre nel buio. [...] Nei suk il prezzo che viene detto per primo é un enigma inafferrabile. Nessuno lo conosce in anticipo, neppure il commerciante, perché di prezzi ce ne sono moltissimi, a seconda delle circostanze. [...] Ci sono prezzi per stranieri che si fermano in cittá un giorno soltanto e altri per stranieri che vivono qui giá da tre settimane. Ci sono prezzi per i poveri e prezzi per i ricchi, e i piú alti sono naturalmente quelli per i poveri.”
Elias Canetti, Voci di Marrakech, Adelphi Edizioni (pp. 23-25)
la versione di barney panofsky é diversa.
terry mcIver, nonostante lo scherzo finale di morire per primo (consegnandosi inesorabilmente alla gloria), ha raccontato un mucchio di ignobili bugie.
e alla fine del libro ci si rende improvvisamente conto che sí, forse barney panofsky ha vissuto una vita dissipata (come d'altronde ci confessa fin dalla prima pagina), ma é stata la vita dissipata di un ingenuo, di un puro di cuore
ho iniziato a leggere il libro piú di una volta negli ultimi anni, ma a pagina 30 o giú di lí finivo sempre per accantonarlo sul comodino, e a poco a poco il libro, pesante e voluminoso, finiva alla base della famigerata pila che minaccia di precipitare a ogni cassetto sbattuto.
poi, pentita, dopo qualche tempo tornavo a disseppellirlo e ricominciarlo da capo.
niente da fare. al primo attacco sulla prima partita di hockey desistevo di nuovo, e lui via giú, di nuovo in fondo alla pila.
cosa é successo l'altro ieri invece?
forse la cronica carenza di libri che mi afflige negli ultimi tempi [e qui é doveroso spiegare che, in attesa di un trasloco che é stato poi rimandato piú e piú volte, ho inscatolato tutte le mie librerie tra il 2 e il 6 di gennaio, lasciando fuori solo una quindicina di volumi non letti, che ho tragicamente finito di leggere, ultimo la versione di barney, proprio in questi giorni...]. dunque dicevo la cronica mancanza di libri che mi affligge mi ha fatto acquisire la giusta dose di pazienza, la pazienza necessaria a superare lo scoglio delle 50 pagine, a comprendere che era assolutamente inutile cercare di capire le azioni dell'hockey sul ghiaccio e ricordare i nomi dei campioni, e arrivare difilato, d'un colpo solo, a pagina 484, e arrivarci con le lacrime agli occhi.
bastardo di un barney panofsky! che scherzo indecente!
d'altronde é questo che fa un bel libro, un libro scritto bene. ti fa vivere una vita di piú, una vita che tu non avresti potuto vivere per colpa delle coordinate spazio-temporali (la parigi degli anni '50 o il canada degli anni successivi), o per mancanza di coraggio o di codardia (nel caso di barney anche per l'impossibilitá di reggere simili livelli di alcool).
la vita dissipata di barney panofsky é bellissima da leggere, struggente e commovente, con le sue continue digressioni, talmente lunghe, articolate e necessarie, da formare la trama stessa del racconto, con la sfiancante lotta contro gli scherzi della memoria (il nome dell'attrezzo per tirare su la minestra? e i nomi dei sette nani? e quello del regista e dello sceneggiatore del padrino?), con le note e la postfazione aggiunte dal figlio mike, gli inserti dal libro dell'acerrimo nemico mcIver, le assurde lettere anonime spedite per il mondo, il libro scorre nella storia dal 1950 al 1996, quasi 50 anni di amori fulminanti e totali, amicizie per la vita, ricchezza e rancori, parole di yiddish esilaranti, e un omicidio e un suicidio (oppure due suicidi).
il libro, raccontato in prima persona, riporta le (esilaranti) note a pie' di pagina del figlio, che correggono gli errori spiccioli o forniscono versioni alternative tratte da ipotetici "appunti", brani trascritti del libro di mcIver, e innumerevoli altri stratagemmi che lo trasformano in un falso vero diario.
"La dedizione della Seconda Signora Panofsky al piacere era inesauribile. La vita, per lei, era un esame da superare a pieni voti."
"In mezzo a tutti quegli sconosciuti che gremivano il Ritz mi sentivo completamente fuor d'acqua. Mi giravano potentemente le scatole, ma all'improvviso tutto cambió: dal sen della stanza affollata, come ululava ai tempi Howard Keel, emerse la donna piú bella che avessi mai visto. Lunghi capelli neri come l'ala di un corvo, fantastici occhi blu, pelle d'avorio; era slanciata, avvolta in un vestito di chiffon azzurro, e si muoveva con una grazia stupefacente. Oh, quel volto di incomparabile bellezza. Quelle spalle nude. Non ce la facevo quasi a guardarla. «Chi é quella donna che parla con Myer Cohen?» chiesi a Ivr."
"Sono tre anni che Miriam se n'é andata, ma continuo a dormire da una parte del letto, e appena sveglio la cerco.Miriam, mia adorata Miriam."
La versione di Barney, di Mordecai Richler, ed. Adelphi
ci tengo troppo a precisare che, se non scrivo sul blog dal 16 gennaio, non è perché sono stata risucchiata da facebook, come tutti gli altri (cazzo, la blogosfera sta morendo...). è solo che ho altro da fare, altro da facebook.
ma tornerò, lo prometto a D.
